Alessia Pifferi, la Cassazione conferma la condanna definitiva a 24 anni di reclusione

Scritto il 25/06/2026
da Rosa Scognamiglio

In appello l’imputata era stata condannata a 24 anni per la morte della figlioletta di 18 mesi, lasciata da sola in casa per giorni. La procura generale di Milano aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado

La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 24 anni di reclusione per Alessia Pifferi, accusata dell’omicidio aggravato della figlioletta Diana, di soli 18 mesi, abbandonata per giorni e lasciata morire di stenti nella sua culletta in un appartamento a Ponte Lambro, nel Milanese, a luglio del 2022. La procura generale della Cassazione aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza d’appello, che aveva rideterminato la pena, cancellando di fatto l’ergastolo inflitto in primo grado. Durante la requisitoria, la sostituta procuratrice generale Valentina Manuali aveva spiegato che gli elementi a sostegno del riconoscimento delle attuanti generiche fossero carenti, sottolineando che le condizioni psichiche dell’imputata non avevano minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere.

Le parole del legale di Pifferi

Il nuovo difensore di Alessia Pifferi, l’avvocato Cristian Scaramozzino aveva chiesto di derubricare il reato di omicidio volontario in abbandono di minore seguito da morte. “ Io mi aspetto che le condizioni di Alessia Pifferi vengano prese veramente in considerazione. - ha dichiarato stamattina Scaramozzino ai microfoni di Morning News, in onda su canale 5 - Pifferi è stata processata e condannata come se fosse una persona normale quando normale non è. E lo abbiamo visto con le perizie psichiatriche che sono state svolte. Queste perizie però non hanno condotto a nessun riconoscimento processuale”.

La condanna in appello e il ricorso

Il verdetto di secondo grado aveva ridotto la condanna dall’ergastolo a 24 anni di reclusione. I giudici della Corte d’assise d’appello di Milano avevano infatti riconosciuto le attenuanti generiche, ritenendole equivalenti all’unica aggravante rimasta, cioè quella del vincolo di parentela. Nelle 193 pagine di motivazioni della sentenza, la Corte aveva evidenziato la fragilità cognitiva dell’imputata, ritenendo che il suo comportamento processuale non fosse indicativo di una spiccata capacità criminale. Al contrario, l’atteggiamento di Pifferi era stato giudicato coerente con una personalità caratterizzata da deficit cognitivi e relazionali, nonostante due perizie psichiatriche avessero valorizzato la piena capacità di intendere e volere. Dopo la pronuncia dei giudici d’appello, la procuratrice generale aveva presentato ricorso, contestando duramente la decisione. In particolare aveva sottolineato l’estrema gravità della condotta dell’imputata, che aveva abbandonato per giorni la bimba, definendola tale da suscitare “orrore”. Inoltre aveva criticato il fatto che, tra gli elementi a supporto per il riconoscimento delle attenuanti generiche, i giudici avessero richiamato il clamore mediatico della vicenda.