Occidente, sì, forse, anzi: no, decisamente no. Molti italiani hanno la tendenza a sposare qualunque regime (dittatoriale, tecnocratico, autoritario) purché contrario alle democrazie liberali. Nel 1980, lo storico Giorgio Galli, insieme con Alessandra Nannei, esperta di sondaggi, scrisse un saggio sempre attuale, almeno per certi versi, i più importanti. Si intitolava Italia, Occidente mancato. L'analisi era articolata. Il libro prendeva in esame non solo le divisioni internazionali, decisive per il nostro Paese, e la politica ma anche l'imprenditoria, il boom economico, il movimento operaio, il Sessantotto. Nonostante la montagna di numeri, la tesi era semplice: l'Italia alternava fasi di avvicinamento e allontanamento dall'Occidente. Alle relative aperture al mercato era sempre pronto a subentrare il capitalismo assistenziale. La democrazia era "protetta" per metterla al riparo da forti spinte che democratiche non erano.
Queste caratteristiche, soprattutto la seconda, dipendeva dalla storia recente. Nella Seconda guerra mondiale, l'Italia era stata liberata dagli alleati. Eppure, una parte politica, i comunisti, si riteneva artefice (quasi) unica della vittoria contro il nazifascismo e anche responsabile virtuosa della svolta democratica. Sono favole, che affondano le radici nella realtà, ma comunque favole. La fedeltà alla causa italiana del Pci era dubbia, molto dubbia. E la famosa svolta di Salerno fu un tatticismo dovuto alla volontà di Stalin, troppo occupato ad allungare le mani sull'Europa orientale per aprire un problematico fronte meridionale. Il Sessantotto "riprese la tradizione della Resistenza in chiave marxista e di classe, come processo rivoluzionario mancato. Collocandola, in tal modo, tre le numerose occasioni perdute della nostra storia recente (dopo il Risorgimento tradito e il biennio rosso del 1919-1921)" (Galli).
Il legame col fascismo non era stato reciso: un partito, il Movimento sociale italiano, si dichiarava erede della Repubblica di Salò, che aveva recuperato, almeno a parole, le origini "socialiste" di Benito Mussolini.
Le due tendenze, comunista e fascista, pur minoritarie nelle urne, restavano determinanti nel dibattito pubblico. Al di là delle posizioni dei partiti, gli intellettuali di entrambi gli orientamenti erano in sostanza anti-occidentali, se per Occidente si intende la democrazia liberale, il mercato, la società aperta. Gli Stati Uniti non erano simpatici a nessuno, tanto meno nel ruolo di "gendarmi" del mondo. Israele, alleato di ferro degli Usa, godeva della medesima considerazione.
Una parte significativa della sinistra, in particolare, si trovò a sostenere le cause più improponibili, anche a costo di scissioni dolorose.
Budapest 1956 e Praga 1968: viva l'Armata rossa che schiaccia i controrivoluzionari al servizio della borghesia fascista occidentale.
Teheran 1978-1979: viva la rivoluzione islamica che cancella una fastidiosa monarchia. E mettiamoci anche Cuba, Fidel Castro, il libretto rosso di Mao, la rivoluzione culturale, Arafat, l'intifada...
C'è un filo rosso-bruno che, in formazioni variabili, ma sempre anti-occidentali, arriva fino all'attualità. Sostenitori di Maduro, mentre i venezuelani festeggiano. Sostenitori della peggior teocrazia al mondo, mentre gli iraniani festeggiano. Sostenitori acritici del neo-zarismo di Putin, mentre gli ucraini vengono bombardati.
La destra politica, però, almeno a livello internazionale, ci ha tenuti saldamente ancorati all'alleanza atlantica. E non ha dubbi sui regimi teocratici o totalitari alla sudamericana. Anche su Putin, nonostante l'elettorato sia spaccato, non ha avuto tentennamenti.
La sinistra politica (e intellettuale) invece finisce con flirtare con il peggio del peggio, anche solo per distinguersi malamente. Ecco spiegati i silenzi involontariamente eloquenti di Elly Schlein.
Se dalla politica, passiamo alla cultura, un tratto della recente identità europea è... non avere una identità. Alain Finkielkraut, in un saggio capitale intitolato L'identità infelice (Guanda, 2015) ha spiegato come l'Europa, dopo il colonialismo e le tragedie del XX secolo, abbia scelto di "denazionalizzarsi" e di rinunciare a "ogni predicato identitario". Scrive il filosofo sull'Europa: "Ha smesso di credere nella sua vocazione (passata, presente o futura) di guida dell'umanità verso la realizzazione della sua essenza. Per l'Europa non si tratta più di convertire chicchessia (conversione religiosa o riassorbimento della diversità delle culture nella cattolicità dei Lumi), ma di riconoscere l'altro attraverso l'ammissione dei torti compiuti nei suoi confronti. L'Europa è tenuta, più in generale, ad accogliere ciò che essa non è, cessando d'identificarsi con ciò che essa è". Il disprezzo della propria cultura ha un nome: oicofobia. In L'Occidente e gli altri (Vita e pensiero, 2004), Roger Scruton esamina la questione: "Nel momento in cui ci esorta a essere il più possibile propensi all'accoglienza, a non discriminare né con pensieri e parole, né con azioni le minoranze etniche, sessuali o chi si comporta diversamente da noi, la correttezza politica incoraggia la denigrazione di ciò che sentiamo essere particolarmente nostro".
L'identità infelice indebolisce la passione italiana ed europea per l'Occidente.

