Alla fine il risultato è arrivato davvero. E non è un dettaglio tecnico. La decisione della Commissione Ue di ampliare la flessibilità prevista dalla Clausola nazionale di salvaguardia anche al dossier energia, rappresenta l'ultimo tassello di un rapporto che ha visto il governo Meloni ottenere da Bruxelles molto più di quanto i suoi detrattori immaginassero.
Il meccanismo consentirà agli Stati di utilizzare fino allo 0,3% del Pil all'anno tra il 2026 e il 2028, con un tetto complessivo dello 0,6% del Pil. Per l'Italia significa uno spazio potenziale compreso tra i 13 e i 14 miliardi di euro da destinare a investimenti strategici senza compromettere il percorso di rientro dei conti pubblici. Un risultato che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato apertamente: «Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato».
La novità sull'energia non nasce però nel vuoto. È l'ultimo capitolo di una relazione politica che, tra la prima e la seconda Commissione guidata da Ursula von der Leyen, si è progressivamente trasformata in un asse pragmatico fondato sulla ricerca di soluzioni condivise. A partire dalle nuove regole fiscali europee. Con la riforma del Patto di stabilità l'Italia ha ottenuto l'inserimento di meccanismi di aggiustamento più graduali. Anche la procedura per deficit eccessivo aperta nei confronti del nostro Paese si è tradotta in un piano di rientro diluito in sette anni.
Ancora più evidente è stata la collaborazione sul Pnrr. La Commissione ha approvato la profonda revisione del piano italiano, accettando lo spostamento di oltre 21 miliardi di euro da progetti giudicati difficilmente realizzabili entro il 2026 verso misure considerate più efficaci, come gli incentivi alle imprese e gli investimenti energetici. Le successive rimodulazioni sono state accolte senza particolari attriti, consentendo all'Italia di ottenere regolarmente le varie tranche di finanziamento.
In questo quadro va letto anche il percorso europeo di Raffaele Fitto. La nomina a vicepresidente esecutivo della seconda Commissione von der Leyen, con deleghe strategiche alla Coesione e alle Riforme, ha rappresentato un riconoscimento politico di primo piano. Non era affatto scontato che un esponente indicato da un governo appartenente all'area conservatrice ottenesse una posizione tanto rilevante all'interno dell'esecutivo comunitario pur non facendo parte della sua maggioranza.
Ma è soprattutto sul fronte migratorio che il cambio di approccio della Commissione è apparso più netto. Von der Leyen ha accompagnato personalmente Meloni nelle missioni in Tunisia e in Egitto, sostenendo accordi che puntano a rafforzare il controllo delle partenze e la cooperazione con i Paesi di origine e transito. Anche il protocollo tra Italia e Albania non ha incontrato ostacoli da parte di Bruxelles, che ha preferito osservarne gli sviluppi piuttosto che contestarne l'impianto. Parallelamente, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo ha recepito diversi elementi sostenuti dall'Italia, in particolare sul rafforzamento delle procedure di frontiera e sulla maggiore solidarietà finanziaria verso i Paesi di primo approdo.
Successi anche in campo agricolo. Bruxelles ha ritirato la proposta che prevedeva il dimezzamento dell'uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e ha concesso deroghe all'obbligo di lasciare incolto il 4% dei terreni agricoli per accedere ai sussidi della Politica agricola comune. Una correzione degli aspetti più ideologici del Green Deal.

