L'hanno ascoltata ieri. Giuliana Cavazza, figlia di una delle vittime, ha chiesto al Gip di non archiviare. Il disastro di Ustica, con il peso terribile dei suoi 81 morti, non può finire nel nulla. Ancora di più a pochi giorni dall'anniversario della tragedia, avvenuta il 27 giugno 1980. Per la procura di Roma non ci sono spunti utili per proseguire, ma Cavazza, Presidente dell'Associazione per la verità su Ustica, insiste: "Fu una bomba a far cadere l'aereo". E bisogna cercare, cercare ancora.
Del resto, sempre i magistrati della capitale hanno appena chiuso l'indagine sull'attentato alla Sinagoga di Roma, dove nel 1982 morì il piccolo Stefano Tachè, mettendo nel mirino una cellula di Abu Nidal. E il terrorismo palestinese potrebbe spiegare il mistero del Dc 9 dell'Itavia. Si è cercato per tanti anni di dimostrare la battaglia aerea e si è andati , con ricerche lunghissime e costosissime, alla ricerca dei frammenti di un fantomatico missile. Non si è trovato nulla, ma c'è ancora chi prova ad accreditare la near collision, la quasi collisione fra Il Dc 9 e un altro velivolo, e ancora una volta si mettono in mezzo americani e francesi.
Oggi però tornano in evidenza i due alert che il colonnello Stefano Giovannone, mitica figura della nostra intelligence, mandò da Beirut proprio la mattina di quel terribile 27 giugno 1980, parlando con toni concitati di un attentato imminente. Quello scoppio non arrivò in Medio Oriente, ma forse nei cieli della Sicilia. "Quegli alert - spiega Carlo Giovanardi, una vita in Parlamento e nelle istituzioni - sono un documento impressionante che troppo a lungo è stato ignorato, anche perché le carte sono riemerse dagli archivi dopo moltissimi anni. Ci sono molti elementi per ipotizzare la matrice palestinese per Ustica: i palestinesi si sentivano traditi dagli italiani che secondo loro non avevano rispettato il Lodo Moro, arrestando a Sulmona nel 1979 un loro uomo in Italia".
Ma è difficile scavare se mancano le premesse minime e si ritiene ancora che quel giorno si combattè in quota, con i libici in fuga. Aurelio Misiti, ex preside della facoltà di ingegneria alla Sapienza, poi parlamentare del centrodestra, ma soprattutto a capo del collegio internazionale di periti nominato all'epoca dal giudice istruttore Rosario Priore, ripete quella che per lui era e resta una certezza: "Dopo quattro anni di lavoro scrivemmo all'unanimità che la causa tecnica valida per spiegare la caduta del Dc 9 era quella della bomba posta nella toilette posteriore dell'aereo".
Una tesi che Priore di fatto sconfessò, inseguendo altre piste, in particolare l'intrigo internazionale con la caccia al Mig su cui doveva volare Gheddafi.
Libri, film, documentari, perfino un museo a Bologna, ma la verità è ancora lontana. E a Palazzo Chigi c' è un fondo di 150 milioni per risarcire i parenti delle vittime che però hanno già ricevuto i loro indennizzi. Insomma, quei soldi sono parcheggiati in una sorta di limbo. Come l'intera vicenda.

