Bibi ricuce con Donald: "Divergenze tattiche". E attacca i leader Ue: "Assecondano l'islam"

Scritto il 04/06/2026
da Gian Micalessin

Una tregua imposta in Libano costerebbe il posto al premier

"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.

Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.

Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.