Hormuz dichiarata "zona di guerra". Bloccate mille navi: valgono 25 miliardi

Scritto il 06/03/2026
da Camilla Conti

Circa la metà è carica di petrolio e gas. I marittimi ora possono rifiutare l'imbarco

In pochi giorni lo Stretto di Hormuz si è trasformato da arteria vitale del commercio globale nella zona di combattimento più pericolosa al mondo. Ieri il settore marittimo internazionale ha ufficialmente designato lo Stretto, il Golfo di Oman e il Golfo Persico come "aree di operazioni belliche". La decisione, presa dopo una riunione tra sindacati e compagnie a livello mondiale, riflette l'escalation militare in Medio Oriente e l'aumento dei rischi per la navigazione commerciale, a fronte di "centinaia" di navi bloccate nella regione. Il passaggio conferisce ai marittimi il diritto di rifiutare l'imbarco, la possibilità di essere rimpatriati a spese dell'armatore e diversi bonus e indennità.

Il costo per assicurare una petroliera o un mercantile che attraversa Hormuz è aumentato fino a dodici volte dall'inizio del conflitto. Secondo i broker assicurativi interpellati dal Financial Times, gli armatori devono ora pagare premi pari fino al 3% del valore della nave, rispetto a circa lo 0,25% di prima della guerra. Donald Trump, ieri ha detto che lo Stretto di Hormuz "rimarrà aperto" e ha poi annunciato che la United States Development Finance Corporation fornirà un'assicurazione contro i rischi politici, "a un prezzo molto ragionevole" per le petroliere e le navi cargo che operano nel Golfo e nelle sue vicinanze.

Gli assicuratori londinesi stanno però cercando di capire come funzionerebbe concretamente il piano e se potrebbe davvero ridurre i premi. Di certo, in prossimità di Hormuz "ci sono ancora circa 1.000 navi, di cui circa la metà sono petroliere e gasiere, con un valore complessivo dello scafo superiore a 25 miliardi di dollari nel Golfo Persico/Arabo e nelle acque circostanti", ha affermato Sheila Cameron, ceo di Lloyd's Market Association, che rappresenta gli interessi di tutte le società di sottoscrizione nel mercato Lloyd's.

Intanto, Edison ha ricevuto da QatarEnergy la notifica di forza maggiore: a causa delle ostilità nell'area non potranno essere consegnati cinque carichi di Gnl previsti da aprile 2026, mentre quelli di marzo non sono coinvolti. L'azienda italiana afferma però di non prevedere impatti sui clienti. Il blocco di Hormuz rischia, comunque, di avere effetti a catena sulle catene di approvvigionamento globali. Basta ricordare cosa è successo nel 2024 quando i costi dei noli sono schizzati per gli attacchi dei ribelli Houthi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Mercoledì scorso un colosso delle navi cargo e portacontainer come Msc ha annunciato che imporrà una sovrattassa d'emergenza sul carburante su alcune rotte commerciali, con effetto dal 16 marzo. La sovrattassa sarà applicata sulle rotte commerciali tra l'Europa e l'Africa meridionale, nonché sulla rotta Nord Europa/Isole Canarie.

Nel frattempo, secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg, la Cina ha chiesto alle sue principali raffinerie di sospendere le esportazioni di diesel e benzina, con la guerra in Medio Oriente che comporta il rischio di una carenza di approvvigionamento. Alle raffinerie sarebbe stato chiesto di smettere di firmare nuovi contratti e di negoziare l'annullamento delle spedizioni già concordate.

Sullo sfondo, la Cina deve fare i conti anche con la crescita: Pechino ha fissato per il 2026 un obiettivo di aumento del Pil tra il 4,5% e il 5%, il più basso dagli anni Novanta (escluso il 2020, affossato dal Covid), a causa di domanda interna debole e tensioni commerciali. Il governo manterrà il deficit intorno al 4% e l'inflazione al 2%, mentre il premier Li Qiang ha annunciato misure di stimolo basate su spesa pubblica, emissione di obbligazioni e politica monetaria più accomodante.