Il Tas ha confermato la squalifica di Vladyslav Heraskevych, l'atleta ucraino di skeleton squalificato dal Cio, il comitato olimpico internazionale, per la sua decisione di gareggiare con un casco raffigurante 24 atleti ucraini morti nella guerra scatenata dalla Russia quattro anni fa. Un omaggio condiviso da molta parte del mondo ma che viola le regole del Cio, secondo cui i messaggi politici sono banditi. La squalifica era arrivata giovedì, l'atleta ucraino aveva fatto ricorso e il Tas, il tribunale amministrativo dello sport, lo ha rigettato. Ma anche se avesse riabilitato Heraskevych, costui non avrebbe comunque potuto scendere nel budello cortinese. Le quattro manche del singolo maschile a cui era iscritto sono state disputate tra giovedì e ieri sera e un reintegro sarebbe stato complicato. E anche l'ipotesi di una manche simbolica non aveva senso data la pericolosità dello sport. Per Heraskevych la consolazione di aver ricevuto in patria l'Ordine della Libertà «per la sua dedizione al servizio del popolo ucraino, per il coraggio civico e il patriottismo nella difesa degli ideali di libertà e dei valori democratici». Mentre il padre e allenatore di Vladyslav spiega: «Per quel casco ci sono già arrivate offerte fino a un milione di euro, che destineremo a associazioni di beneficienza».
Ieri l'atleta ha incontrato la presidente del Cio Kirsty Coventry. Un colloquio cordiale, ma che non ha spostato di un centimetro nessuna delle due parti. L'ucraino a insistere per indossare il controverso casco, e la dirigente zimbabwese a ribadire che le regole sono regole a prescindere dai sentimenti. Heraskevych avrebbe potuto scendere a tutta velocità nel budello cortinese solo a patto di indossare un casco neutro. Lui a un certo punto aveva aperto alla possibilità di accettare, indossando la protezione della discordia soltanto prima e dopo la gara. «Ma all'improvviso, anche questa non era una soluzione per la signora Coventry, e ora siamo in questa situazione».
Lei, la numero uno dello sport mondiale, è stata irremovibile: «Gli ho raccontato di nuovo come si è svolto il processo e ho sentito di essere la persona più adatta a farlo perché ero a capo della comunità degli atleti. E penso che in un certo senso lui lo abbia capito, ma era anche molto devoto alle sue convinzioni, cosa che posso rispettare. Ma purtroppo non cambia le regole: il campo di gioco, le cerimonie, il villaggio olimpico sono spazi in cui gli atleti sono al sicuro da entrambe le parti e dove non ci sono messaggi di alcun tipo in modo che gli atleti possano concentrarsi solo sulla competizione». Coventry ha poi risposto con un secco «no» alla domanda di un giornalista sulla possibilità che il Cio si faccia strumento di «scopi propagandistici che hanno portato alla guerra in Ucraina».

