La notizia dei medici indagati a Ravenna con l’ipotesi di aver forzato i certificati medici in modo da evitare l’ingresso nei Crp dei migranti irregolari sta facendo molto discutere a più livelli. Eppure, non è una novità, il Giornale parla da anni di questa strategia rilanciata dai collettivi no Cpr con campagne ad hoc per sensibilizzare i medici: l’obiettivo è non dichiarare nessuno abile all’ingresso in un centro per il rimpatrio e al successivo viaggio in aereo verso il Paese di origine. Ora che è emersa la notizia di questa indagine, dove per il momento ci sono solamente ipotesi di reato in attesa di concludere le indagini, la sinistra civile e quella politica si schiera con i medici e li difende senza appello.
In prima linea ci sono ovviamente i sostenitori di questa pratica, i quali dai social sostengono di essere “pronti a compattarci e formare un fronte unico per ribadire con forza che la solidarietà e la cura non sono reato. Difendere la dignità umana non è un’eccezione, ma un imperativo collettivo”. Partono dal presupposto che nessuno dovrebbe entrare in Cpr, che nessuno dovrebbe essere espulso, pertanto ritengono legittima e lecita qualunque azione che, in tal senso, concorra all’obiettivo. “Non accetteremo che la medicina venga piegata alla logica della detenzione amministrativa. Non accetteremo che chi cura venga trattato come complice. Non accetteremo che la propaganda sostituisca la dignità umana. I Cpr sono strutture di morte e sofferenza, non soluzioni”, scrivono ancora, per poi aggiungere: “La repressione è propaganda e non fermerà la nostra mobilitazione. Risponderemo colpo su colpo. Con mobilitazione pubblica. Con iniziativa politica. Con solidarietà concreta verso i medici sotto attacco. Perché la salute e la libertà non sono concessioni del potere. Sono diritti. E li difenderemo, costi quel che costi”.
Dall’altro lato, si espone anche la sinistra politica radicale, che ufficialmente non dice nulla sull’oggetto in sè dell’indagine ma Avs, tramite il consigliere regionale Paolo Trande ha presentato una interrogazione in Regione per chiedere alla Giunta e all'assessore competente "se il procedimento giudiziario di indagine nei confronti dei sei medici dipendenti del Ssr, e la perquisizione della notte dell'11 e 12 febbraio, ha generato qualche ricaduta in termini di funzionalità e continuità delle attività istituzionali di cura e assistenza della Unità Operativa di Malattie Infettive dell'Ospedale di Ravenna". E alla Regione chiede anche se, alla luce di quanto avvenuto, “intende mantenere o modificare il proprio rapporto di supporto alle autorità competenti per l'attività sanitaria di verifica preliminare delle condizioni di salute degli 'stranieri' destinati ad essere trasferiti nei Cpr".

