Leone XIV critica gli scrittori-profeti

Scritto il 25/06/2026
da Alessandro Gnocchi

I sacerdoti del romanzo e i frivoli da Premio sono due facce della stessa medaglia

«Scrivere è un gesto di umanità». Con queste parole Leone XIV ha ricevuto in Vaticano scrittori e scrittrici da tutto il mondo (tra loro il Nobel Jon Fosse) per il centenario della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede fondata nel 1926. Il Papa ha definito lo scrivere «un atto di verità, di svelamento», che dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo.

Una verità, ha aggiunto, «discreta», che «si offre a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo». Chi legge «vive tante vite oltre alla propria» e impara a non assolutizzare la propria veduta, a comporre come in un mosaico il profilo di «quella verità che sempre ci supera». Fino alla tesi più impegnativa: «Scrivere ha a che fare con Dio», per la «consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico». Papa Leone XIV, infine, ha fatto sue le parole di Paolo VI agli artisti: «Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione».

Queste parole, lette dalle nostre parti, suonano quasi come una provocazione. Perché il mestiere letterario italiano, da qualche decennio, si è organizzato sull'idea opposta: che lo scrittore abbia la verità in tasca e debba somministrarla a lettori e no. Leone ringrazia gli autori non per aver illuminato le masse, ma per aver «sparso semi di riconciliazione»: è lo smontaggio gentile della retorica dell'arte come sacerdozio, del romanziere che scende dal romanzo per salire sul pulpito. La verità, suggerisce Leone, si offre e non si conquista; chi scrive ne è servitore prima che padrone, e la pagina vale quanto sa tacere, non quanto pretende di insegnare.

Il modello ha ormai una fisionomia riconoscibile. Lo scrittore-poeta-vate non racconta: enuncia. Non costruisce personaggi, emette sentenze. La pagina diventa omelia laica, l'autore vicario di una verità civile che ammette solo l'adesione o la scomunica. Gli scrittori sono diventati editoriali ambulanti. Il pubblico, dal canto suo, applaude: indignarsi in piazza solleva dal dovere di leggere un saggio o un romanzo.

Si dirà. Meglio il profeta del frivolo. Errore. Profetismo e leggerezza «streghesca» sono la stessa moneta, due facce dello stesso conio. Da un lato l'autore che si gonfia fino a credersi tribuno morale; dall'altro la letteratura che si sgonfia in pettegolezzo, in fazioni e veleni che con i libri non c'entrano nulla. Sia lo scrittore profeta, sia lo scrittore da Strega hanno rifiutato la sola cosa che il Papa ha chiesto: la fatica umile della forma. Il profeta civile perché si crede al di sopra della forma, il chiacchierone perché crede di poterne fare a meno.

L'antidoto è proprio nella «consonanza» evocata da Leone, tra il modo di scrivere e la verità che si rivela nelle storie, non nei proclami. Non è devozione, è igiene del mestiere: chi scrive lavora su ciò che non controlla, e per questo non può ergersi a oracolo né accontentarsi della battuta. Uno scrittore che si sappia superato dal vero non può fare il profeta; una letteratura che si prenda sul serio come forma non può ridursi a chiacchiera.

Tra il pulpito e lo spritz, la letteratura italiana ha dimenticato la scrivania.