È atteso dopo Pasqua il verdetto del Csm sul futuro di Michele Emiliano, ex governatore della Puglia ed ex magistrato, da vent'anni prestato alla politica pugliese. In attesa di un possibile seggio alle politiche del '27, l'ex presidente attende il semaforo verde dei suoi colleghi per entrare formalmente nella squadra del suo figlioccio politico, Antonio Decaro. Che però di fatto l'ha costretto in una situazione complicata, pare poco gradita anche ai vertici del Pd. Dopo il diktat sulla sua candidatura, e dopo avergli negato un posto in giunta, a Emiliano è stato proposto il ruolo di consigliere giuridico. Ma conciliare toga e politica si è rivelato burocraticamente più difficile del previsto. Il Csm infatti finora ha fatto sapere che così non può concedere a Emiliano l'aspettativa non retribuita, prevista solo per cariche elettive. E nemmeno sarebbe possibile collocarlo "fuori ruolo", un'opzione permessa sì per i consiglieri giuridici ma solo presso "organi di rilevanza costituzionale".
Negli uffici della presidenza della Regione si studia una via d'uscita. Da informali interlocuzioni sarebbe emersa una strada per superare gli ostacoli: la Regione potrebbe farsi carico anche degli oneri previdenziali per Emiliano, oltre a corrispondergli un compenso da 130 mila euro l'anno. Un passaggio necessario dato che il periodo di aspettativa è considerato utile ai fini dell'anzianità e della pensione. Del resto far rientrare Emiliano in magistratura come pm è un'idea che non piace a nessuno. Tanto meno a lui. Che ha già definito il suo eventuale rientro forzoso in magistratura come "un assurdo giuridico": "Sto cercando di tutelare la magistratura da un assurdo giuridico, cioè il fatto che io sia uno dei pochi magistrati a dover rientrare nelle funzioni dopo venti anni in politica. Mi rendo conto che per un qualunque utente della giustizia il fatto che io mi ritrovi in udienza con la toga addosso sarebbe non opportuno".